Trapianto di microbioma vaginale per trattare vaginosi batterica, scienziati ci credono

Un ulteriore passo per capire se il trapianto di microbioma vaginale possa rivelarsi utile per gli esseri umani è stato fatto da un gruppo di ricercatori dell’Università Johns Hopkins. I ricercatori hanno infatti pubblicato un nuovo studio teso a sviluppare la fase di screening delle eventuali donatrici.

Il trapianto di microbioma vaginale (vaginal microbiota transplantation, VMT) è una tecnica sperimentale, chiaramente ispirata al successo che si è avuto negli ultimi anni con il trapianto fecale, con la quale si spera di trattare le principali patologie collegate alla comunità batterica della vagina, in particolare la vaginosi batterica.

Il nuovo studio, pubblicato su Frontiers in Cellular and Infezione Microbiology, ha visto lo sviluppo di un nuovo screening delle eventuali donatrici per un trapianto del genere.
La fase di screening è una delle più importanti in quanto assicura che solo i batteri benefici vengano trasferiti nella paziente e abbassa le probabilità di trasferimento di eventuali agenti patogeni. Ecco perché deve essere prima messa a punto a dovere.

La vaginosi batterica è associata ad una maggiore diversità del microbioma vaginale. Differentemente dal microbioma intestinale, quello della vagina vede nella diversità un grosso difetto.
In particolare è la perdita della coltura di Lactobacillus, una cosa che porta ad una maggiore diversità batterica, ad essere associata a rischi di varie patologie o fenomeni tra cui anche il parto pretermine.

Ad oggi si hanno poche opzioni terapeutiche disponibili per la vaginosi batterica, come afferma Ethel Weld, una delle autrici dello studio, e nessuna di esse può essere considerata come davvero curativa o ripartiva.
Dato che i trapianti fecali hanno mostrato un successo nel ripristino della diversità batterica nell’intestino, gli esperti hanno pensato che un trapianto di fluido vaginale potrebbe ripristinare la monocoltura di Lactobacillus nelle pazienti soggette a vaginosi batterica.

D’altronde la stessa Weld parla di “prove epidemiologiche significative” in relazione al fatto che scambi del genere avvengono già tra donne che hanno rapporti sessuali con donne.
“Ma prima che vengano condotti studi clinici sulla VMT, dobbiamo prima determinare come selezionare i donatori per trovare quelli con un rischio minimo di agenti patogeni trasmissibili e un microbiota vaginale ottimale per il trapianto”, dichiara la ricercatrice fiduciosa nel fatto che un metodo del genere possa davvero rivelarsi una delle migliori soluzioni.

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