Troppo grasso nel collo e doppio mento collegati a maggior rischio di problemi cardiaci

Credito: Unsplash, rol2LdH2FP4

Secondo uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Granada, un accumulo troppo sostanzioso di grasso nel collo, che può portare sia al cosiddetto “doppio mento” che a depositi più profondi, che si collocano tra i muscoli e intorno alle vertebre cervicali, può essere utilizzato come un fattore predittore di adiposità centrale totale ed è collegabile ad un rischio di patologie cardiometaboliche più alto nei giovani adulti sedentari.

Tradizionalmente è l’accumulo di grasso nell’area delle viscere, sostanzialmente nell’area della pancia, ad essere collegato a rischi più alti a livello cardiometabolico e a infiammazioni croniche di basso grado ma questo non vuol dire che altri depositi di grasso, collocati in altre aree del corpo, non possono essere usati come creditori per condizioni o patologie simili.
Tra queste aree c’è quella nel collo: “Curiosamente, diversi studi hanno dimostrato che l’accumulo di grasso nel collo (sia depositi superficiali come sulle guance sia depositi più profondi, situati tra i muscoli e intorno alle vertebre cervicali) aumenta in proporzione diretta al peso o all’adiposità del soggetto”, spiega María José Arias Téllez, una delle autrici principali dello studio, un accumulo che, secondo la scienziata, seguirebbe degli schemi specifici influenzati anche dal sesso del soggetto.

Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Obesity, suggerisce che l’accumulo di grasso nel collo, analizzato in questo caso con la tecnica della tomografia computerizzata, indipendentemente dal quantitativo di grasso totale e da quello viscerale, può essere di per sé collegato ad un rischio maggiore a livello cardiometabolico e a stati pro infiammatori nei giovani adulti sani.
“Abbiamo ancora molto da fare al riguardo. È necessario indagare più in profondità il tessuto adiposo del collo, per comprenderne il ruolo patogeno nell’obesità e nelle comorbidità associate, nonché per comprenderne l’importanza biologica”, spiegano la Téllez e Francisco Miguel Acosta Manzano, altro autore dello studio.

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