Un ippocampo più grande non vuol dire migliore capacità di memoria secondo studio

Di solito quando si parla dello sviluppo del cervello nel mondo animale si pensa al fatto che più grande è, meglio è. Per certi versi, a livello evoluzionistico, la cosa è vera ma un team di scienziati ha ora dimostrato che ciò non equivale per tutte le aree del cervello.

Secondo un team di ricercatori dell’Università Statale del Michigan, infatti, un ippocampo più grande non sempre può essere collegato ad una capacità maggiore di apprendimento e di memoria, almeno per quanto riguarda le persone più anziane.
L’ippocampo è un’area situata nel profondo del cervello che svolge un ruolo molto importante nella formazione della memoria e in generale per quanto riguarda le funzioni cognitive.

Quest’area si riduce mentre si invecchia ma nelle persone con deficit cognitivi, ad esempio con il morbo di Alzheimer, questo processo di invecchiamento è più veloce.
Nel nuovo studio, pubblicato su Cerebral Cortex, le sue dimensioni dell’ippocampo non possono essere considerate come un indicatore significativo per quanto riguarda il declino della memoria negli anziani.

Secondo Andrew Bender, professore di epidemiologia e biostatistica, neurologia e oftalmologia presso il College of Human Medicine Della MSU, bisogna misurare non solo le dimensioni dell’ippocampo ma anche quanto e come è collegato al resto del cervello se si vogliono cercare marcatori fisici del declino della memoria nelle persone più anziane.

Alcune persone anziane possono mostrare un ippocampo più grande, ad esempio per un alto livello di istruzione, un alto livello di attività fisica o di impegno sociale, eccetera. Questo significa che un eventuale declino cognitivo in queste persone potrebbe essere mal caratterizzato oppure del tutto trascurato se si fa la diagnosi relativa solo al dimensioni dell’ippocampo e non si considera anche la connettività dell’ippocampo stesso con la materia bianca.

I ricercatori hanno analizzato più di 300 scansioni cerebrali tramite MRI svolte su adulti più anziani.
“Le nostre scoperte rafforzano una prospettiva crescente secondo cui studiare i cambiamenti legati all’età nell’apprendimento e nella memoria dal punto di vista dei sistemi appare molto più informativo nella comprensione dei diversi modelli di declino cerebrale e cognitivo rispetto a concentrarsi su una singola regione del cervello”, riferisce Bender.

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