Universo potrebbe essere più giovane di 2 miliardi di anni secondo nuovo studio

Nuovi calcoli prodotti da ricercatori dell’Istituto Max Plank in Germania mostrerebbero che il nostro universo potrebbe essere più giovane e che il big bang potrebbe essere avvenuto almeno 2 miliardi di anni dopo quanto precedentemente calcolato.

Già quest’anno altri due studi si erano interessati all’argomento sostenendo che l’universo può essere di diverse centinaia di milioni di anni più giovane rispetto a quanto calcolato in precedenza; questi studi dimostrano quanto l’argomento relativo all’età dell’universo risulti difficile da affrontare e quanto i risultati possano cambiare a seconda dell’approccio che si utilizza per eseguire i calcoli.

Di solito questi calcoli vengono effettuati utilizzando il movimento delle stelle, movimento in base al quale si misura la velocità con cui l’universo stesso si sta espandendo.
Se si calcola che l’universo si sta espandendo più velocemente, vuol dire che esso è arrivato alla grandezza attuale in maniera più rapida e che quindi è più giovane.

Ed è proprio il tasso di espansione il fattore chiave che può farci comprendere da quanto tempo esiste tutto ciò che ci circonda.
AttualmenteLa la teoria più accettata indica che l’universo ha 13,7 miliardi di anni, calcolo effettuato in base alla costante di Hubble.

Tuttavia il ricercatore Inh Jee, insieme ai colleghi, ha fissato l’età dell’universo a 11,4 miliardi di anni calcolando un diverso limite della costante di Hubble e utilizzando il fenomeno della lente gravitazionale. Quest’ultimo si verifica quando la luce un riceviamo viene deformata da un corpo che si pone fra noi e l’oggetto stesso da cui proviene la luce.

Questo fenomeno può aiutare a raccogliere informazioni importanti proprio sulla distanza degli oggetti osservati. In questo modo Jee ha calcolato una costante di Hubble diversa e dunque un’età diversa.
Un calcolo che comunque potrebbe avere margini di errore ampi, come fa notare un comunicato stampa della Associated Press che presenta lo studio, pubblicato su Science, proprio perché si basa solo su due lenti gravitazionali.

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