Vaginosi batterica, batteri del pene del partner analizzabili per comprenderne rischio

La vaginosi batterica è un’infezione vaginale abbastanza diffusa che arriva a coprire fino al 20% di tutte le donne nel mondo. La patologia è causata da modifiche dell’equilibrio naturale del microbioma vaginale, ossia di tutti i microrganismi che vivono in quest’organo riproduttivo.
L’infezione può aggravare e può rendere il corpo più suscettibile ad altre malattie, ad esempio quelle trasmissioni sessuali come l’HIV, il virus dell’herpes simplex, la gonorrea o la clamidia.

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Cellular and Infezione Microbiology, conferma che la vaginosi può essere provocata, a seguito di atto sessuale, dai batteri presenti nel microbioma del pene di alcuni uomini.
Secondo i ricercatori, l’analisi del microbioma del pene maschile può essere usata per prevedere il rischio di eventuale vaginosi batterica nel partner femminile.
Si tratta di uno studio importante considerando che attualmente il trattamento antibiotico per contrastare la vaginosi batterica ha un successo limitato per quanto riguarda il lungo termine: fino al 50% delle donne trattate con gli antibiotici torna ad avere lo stesso problema entro sei mesi.

Coinvolgere il partner sessuale maschile potrebbe essere dunque una nuova strategia, come spiega Supriya D. Mehta, epidemiologa dell’Università dell’Illinois a Chicago e autrice dello studio.
I ricercatori hanno svolto lo studio analizzando i dati di 168 coppie eterosessuali keniote, coppie in cui la parte del femminile non aveva vaginosi batterica all’inizio dello studio.
Dopo un anno di follow-up, più del 30% delle donne sviluppava vaginosi batterica e l’analisi mostrava un collegamento diretto tra la composizione microbiotica del pene dell’uomo e l’insorgenza della patologia nella partner femminile.

I ricercatori hanno utilizzato gli algoritmi di apprendimento automatico per identificare 10 batteri del pene del partner maschile collegati alla vaginosi batterica del partner femminile, dati che, secondo i ricercatori, potrebbero essere utilizzati per prevedere, con un ottimo grado di precisione, il rischio di questa patologia nelle donne.

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