Virus che infettano batteri, nuove importanti informazioni ottenute da scienziati

Pili su una cellula di E. coli emettono fluorescenza verde a causa della presenza di fagi fluorescenti MS2 (credito: Lanying Zeng)

Nuove importanti informazioni sulle modalità con le quali i batteri patogeni del corpo umano possono condividere i geni per ottenere la resistenza agli antibiotici è stata scoperta da un team di ricercatori della Texas A&M University. Nello studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, si parla di un particolare virus batteriofago che può impedire batteri di condividere questi importanti geni.

I virus batteriofagi, detti anche fagi, sono i virus più numerosi sulla terra, anzi le entità biologiche più numerose considerando qualsiasi altro gruppo vivente. Sono presenti normalmente anche nell’intestino umano e non fanno altro che infettare e distruggere i batteri tanto che già in passato molti di loro si sono rivelati molto promettenti proprio nella lotta alle infezioni batteriche umane.
Tramite tecniche di microscopia a fluorescenza, il team di ricercatori, guidato da Lanying Zeng, ha analizzato in particolare uno fago, denominato MS2, e le modalità che usa per entrare nelle cellule di Escherichia coli.

Hanno notato che questi fagi si attaccano ai pili (strutture cilindriche che si trovano sulla superficie dei batteri) delle cellule di questo batterio, facendo poi staccare gli stessi pili per introdursi nella cellula batterica, e in generale hanno ottenuto una descrizione molto dettagliata di quello che accade quando questo fago infetta un Escherichia coli.
Hanno scoperto in particolare come il fago che riesce ad entrare nella cellula batterica ottiene una sorta di vantaggio competitivo in quanto lo stesso batterio ricostituisce subito i pili rotti dal fago non facendone entrare più altri.

Si tratta di risultati che possono essere usati, come spiega Zeng, per ridurre la virulenza batterica proprio grazie all’utilizzo di questi fagi che prendono di mira i pili dei batteri e per dare al sistema immunitario del corpo più tempo per combattere l’infezione.
“Un vantaggio del nostro metodo rispetto alla terapia fagica tradizionale è che non si uccide la cellula, ma la si disattiva”, spiega Zeng. “L’uccisione della cellula può causare un problema, perché all’interno della cellula potresti avere una tossina che potrebbe essere rilasciata nell’ospite”.

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