Virus dell’epatite A, scienziati scoprono come si introduce nelle cellule

Virus dell'epatite A (rosa) incapaci di replicarsi nel citoplasma delle cellule dopo l'eliminazione dell'enzima UCGC (credito: Maryna Kapustina)

In uno studio pubblicato su Nature Microbiology un team di ricercatori della Scuola di Medicina dell’Università della Carolina del Nord dichiara di aver scoperto come il virus dell’epatite A (HAV) entra nelle cellule del fegato (epatociti) e comincia a diffondersi.
Nello specifico gli scienziati hanno scoperto che per questo processo un ruolo fondamentale è svolto da molecole denominate gangliosidi: queste ultime consentono al virus di introdursi nelle cellule del fegato.

“I gangliosidi sono strutturalmente simili tra le specie di mammiferi, a differenza delle proteine, che aiutano a spiegare la trasmissione tra specie diverse di antichi epatovirus. Comprendere ciò che aiuta un virus a passare da una specie animale all’altra è incredibilmente importante, come evidenziato chiaramente dall’attuale pandemia di Covid-19”, spiega Stanley Lemon, professore di medicina e microbiologia.

Potrebbe rivelarsi una scoperta molto importante considerando che questo virus, scoperto quasi cinquant’anni fa, infetta ancora più di 1,4 milioni di persone in tutto il mondo ogni anno. Nei casi più gravi, ma anche più rari, si può arrivare ad insufficienza epatica acuta, in particolare nelle persone più anziane.
Il virus si introduce delle cellule così come fanno la maggior parte dei virus: interagisce con le molecole dei recettori sulla superficie delle cellule del corpo umano per introdursi all’interno.

Proprio le modalità attuate dal virus dell’epatite A erano ancora in parte un mistero mentre i recettori per i virus dell’epatite C e per quello dell’epatite B erano stati invece identificati.
Tramite l’editing genetico CRISPR-Cas9, i ricercatori hanno identificato cinque geni richiesti dal virus dell’epatite A in quanto codificano enzimi che rendono possibile la sintesi dei gangliosidi, molecole zuccherine di acidi grassi. In particolare svolge un ruolo importante il gene UGCG che codifica l’enzima che crea i gangliosidi.

Eliminando il gene UGCG delle colture cellulari in laboratorio, si preveniva infatti l’infezione dal virus dell’epatite A (HAV).
“Ciò significa che i gangliosidi sono essenziali per un ingresso in fase avanzata dell’HAV nelle cellule”, spiega Anshuman Das, ora ricercatore alla Duke University ma collaboratore nelle laboratorio di Lemon al momento della ricerca.

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