
Un nuovo studio pubblicato su Nature[1] lancia un preoccupante allarme: il riscaldamento dell’Artico sta intensificando le emissioni di metano dalle zone umide, alimentando un pericoloso ciclo di retroazione climatica.
Il metano: un gas serra più potente della CO₂
Il metano è responsabile di circa un quarto del riscaldamento globale verificatosi dall’epoca industriale. A parità di quantità, trattiene circa 30 volte più calore della CO₂ su un periodo di cento anni. Xin (Lindsay) Lan, climatologa del CIRES, spiega che molte delle emissioni recenti non derivano dall’uomo ma da fonti naturali, principalmente microbiche, innescate dal cambiamento climatico stesso. Secondo Lan, è urgente agire con maggiore decisione nella riduzione delle emissioni.
Zone umide artiche in espansione
Analizzando decenni di dati, il team di ricerca ha notato una riduzione dell’ampiezza stagionale del metano nelle alte latitudini settentrionali. Le simulazioni mostrano che ciò dipende dall’incremento delle emissioni da zone umide, aumentate del 25% durante i mesi caldi per effetto delle piogge e del disgelo del permafrost. Queste condizioni umide favoriscono la proliferazione degli archaea, microbi che generano metano come prodotto del metabolismo. È una spirale climatica che si autoalimenta.
Un rischio di retroazione fuori controllo
Il rischio, secondo Lan, è che queste emissioni naturali sfuggano a qualsiasi controllo umano. Il fenomeno osservato dopo il 2007 ricorda i bruschi riscaldamenti che hanno posto fine a precedenti ere glaciali. Tagliare le emissioni umane resta comunque fondamentale: il permafrost contiene oggi almeno il doppio del carbonio presente in atmosfera e il suo rilascio massivo sarebbe catastrofico.
Un errore nei conti del metano
Le simulazioni hanno anche evidenziato un aumento del 10% nei radicali OH, le cosiddette “spugne” del metano. Questi composti altamente reattivi eliminano il metano dall’aria ma, essendo difficili da misurare, si pensava che la loro concentrazione fosse stabile. Invece, il nuovo studio suggerisce che potremmo aver sottovalutato le emissioni reali. Un motivo in più, conclude Lan, per agire subito e in modo deciso.


